I mutevoli linguaggi dell’architettura


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Il titolo della comunicazione riprende quello di una conferenza tenuta da Carlo Scarpa all’Akademie der Bildenden Künste di Vienna il 16 novembre 1976.
In quell’occasione il maestro veneziano non affrontò le questioni strutturali e/o funzionali che sembrano oggi essere maggiormente nel focus degli studi d’architettura ma parlò unicamente di valori espressivi.

Come dire che, in contrapposizione al mondo attuale che dedica la sua maggiore attenzione a due delle tre categorie vitruviane e cioè alla firmitas e all’utilitas, Carlo Scarpa concentrò il suo discorso sulla terza: la venustas che trova pienezza – secondo Vitruvio – “quando l’aspetto dell’opera sarà piacevole per l’armoniosa proporzione delle parti che si ottiene con l’avveduto calcolo delle simmetrie” .

Al giorno d’oggi possiamo tradurre questa frase anche – ma non solo – con:

“la bellezza in architettura è conquistata quando la correttezza compositiva e l’espressività dell’opera conseguono esiti alti, polisemantici liberati dalla contingenza temporale.”

Apparentemente la venustas sembra avere attinenza solo con fatti estetici, espressivi e di efficiente comunicazione dei propri dei temi e questa posizione lascerebbe alla firmitas e all’utilitas il raccordo con la fisicità quotidiana e il contingente; ma così non è dato che le tre sorelle si sostengono mutuamente tanto che non si dà firmitas se la struttura non è armonica e proporzionatautilitas se la distribuzione delle parti non è chiaramente leggibile e non raggiunge un armonioso bilanciamento tra destinazione d’uso e costi di realizzazione.

Sembra chiaro che nel breve spazio di questa comunicazione non sarà possibile affrontare tutte le questioni relative alle tre componenti vitruviane ma si può tentare di individuare a quale centro, nucleo e/o entità fanno riferimento i sistemi di segni, convenzioni e fatti espressivi che ruotano attorno all’arte edificatoria.
Questo nucleo, entità, centro di riferimento è indubbiamente il corpo umano inteso nella sua realtà fisico/geometrica e nella sua capacità di costruire un linguaggio che certamente sarebbe diverso – sia nell’architettura che in altri ambiti – se fossero sostanzialmente differenti le facoltà percettive, le caratteristiche antropometriche e tutto quanto attiene il modo di stare e di essere dell’uomo nel mondo.

Se gli umani strisciassero sul proprio ventre, possedessero braccia tentacolari e non articolate o avessero organi visivi con apertura di 180°, pure con facoltà intellettuali pari alle nostre, essi produrrebbero edifici del tutto diversi da quelli che fino ad oggi conosciamo.
Una breve comunicazione sul linguaggio dell’ architettura non può dunque prescindere dall’elencazione, seppure schematica, delle caratteristiche sensoriali, motorie e dimensionali dell’uomo mentre per la parte attinente la “venustas” ci si limiterà alla lettura di un complesso architettonico in cui siano esemplificate sia le caratteristiche precipuamente “umane” della fabbrica edilizia che quelle espressive simbolico/culturali che fanno di essa un’opera d’architettura.

Guido Pietropoli